I social media sempre si fanno protagonisti del mercato, attraverso conversazioni tra consumatori, a cui le aziende non solo non possono rimanere estranee ma devono partecipare attivamente con strumenti e professionisti ad hoc, internamente ed esternamente alla propria struttura.
Per comprendere meglio queste dinamiche, Eccellere intervista Luca De Felice, Senior Consultant e Responsabile dell’offerta Web 2.0 di Live Reply, autore del volume “Marketing conversazionale”, edito dal Gruppo 24 Ore.
Il Suo libro invita le PMI ma anche i professionisti ad introdurre in modo semplice una forte innovazione tecnologica e culturale; a questo proposito, uno dei primi concetti che introduce al lettore è quello di Controllo, inteso come nuova leva di marketing, nelle mani non delle aziende ma, per la prima volta, degli utenti/clienti/consumatori. Le aziende stanno rispondendo con l’attivazione di staff di professionisti e strumenti ad hoc. Quanto a lungo dunque pensa possa davvero rimanere questo controllo nelle mani degli utenti?
Il cliente sta progressivamente trasformandosi in utente e sta acquisendo piena visibilità delle variabili in gioco e dei rapporti di trade-off tra prezzo e qualità del prodotto, avendo dissipato la tradizionale asimmetria informativa fra le controparti.
Cambia quindi la relazione tra il nuovo protagonista del mercato e l’azienda e si generano due importanti trend: da un lato gli utenti, avendo una maggiore capacità di reperire informazioni, riescono più facilmente a individuare prodotti di nicchia che possano soddisfare appieno le loro esigenze; dall’altro lato vengono alla luce nuovi modelli di business, come i modelli freemium, l’economia del “baratto digitale” e la valorizzazione della reputazione online. La leva di marketing in oggetto deve spontaneamente nascere dalla corretta interpretazione dei nuovi trend in atto e quindi dal sempre maggior Controllo degli utenti.
L’obiettivo è quello di assecondare tale controllo e attuare una serie di azioni specifiche a vantaggio dell’azienda, dalla rivisitazione delle tradizionali strategie di pricing e di cost saving online, all’introduzione di asset di social CRM (profilazione) e di specifici algoritmi (motori di highlight e recommendation) volti alla valorizzazione dello scambio di informazioni sociali tra utenti.
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Marketing Conversazionale
Dialogare con i clienti attraverso i Social Media e il Real-Time Web di Twitter, FriendFeed e Facebook
di Luca De Felice
pp. 178
Editore Il Sole 24 Ore Libri
Anno 2010
venerdì 3 settembre 2010
giovedì 2 settembre 2010
ETICA NELLE RP: LAVORARE SOLO SU QUELLO CHE SI CONDIVIDE?
Di Biagio Oppi, scritto sul blog PRanista
Sto per finire il libro di Patricia Parsons – su Google libri: Ethics in Public Relations – e l’ho trovato molto utile per stimolarmi varie riflessioni che vorrei approfondire appena lo finisco. Sono tantissime le tesi con cui mi trovo in disaccordo, ma a maggior ragione il libro mi stimola a leggerlo, rileggerlo e rifletterlo.
Però adesso sono sul capitolo intitolato PR per una gang di bikers e ho un’impellente urgenza da soddisfare:
l’autrice sostiene che si possa far PR, in maniera etica e corretta, solamente per committenti e/o progetti di cui si condividono i valori e le idee. La Parsons contesta l’analogia tra relatore pubblico e avvocato: cioè il fatto che il PR possa farsi portavoce delle istanze di chiunque.
In una recente discussione con una collega, pure lei sosteneva il punto di vista della Parsons, declinato ad esempio in politica: se non condivido un’idea di un partito/politico, non posso gestire la sua comunicazione e le relazioni pubbliche ad esso connesse. Io sinceramente non sono d’accordo.
Credo che la nostra professione e chi ci si riconosce (seguendo i codici etici e un’attitudine condivisa dalle associazioni professionali) abbia un livello base di valori comuni che sono in gran parte quelli della società liberale-democratica contemporanea (tolleranza, rispetto per gli altri, democrazia, uguaglianza, ecc.). Che vanno rispettati a priori.
A partire da quel livello credo che il nostro intervento debba essere più tecnico che ideologico, altrimenti intravedo diversi rischi:
- che la professione venga esercitata in determinati contesti (partiti, gruppi sociali, non-profit) più per crediti ideologici che per merito e competenza, svilendone la funzione;
- che l’ideologia accechi e non permetta di svolgere il ruolo di mediatori che i relatori pubblici hanno;
- che venga così rimosso il concetto stesso di ascolto degli stakeholder per una mera funzione di comunicazione a una via: non siamo forse i rappresentanto degli stakeholder nell’organizzazione?
Tre punti (non per niente in contrasto con gli Stockholm Accords) che mi sembra bastino già a dimostrare come il relatore pubblico non debba essere ideologizzato… altrimenti si trasforma in mero propagandista.
Che ne dite?
Tra l’altro una delle obiezioni della Parsons è che non siamo come gli avvocati perché gli avvocati si basano su un sistema, quello giuridico, frutto di secoli di sviluppo. Nella differenza tra sistema mediatico (o dell’opinione pubblica o della reputazione pubblica) e sistema giuridico, sarà perché sono figlio di scienze-dell-acomunicazione e di altre deviazioni mcluhaniane, vedo una mera differenza tecnologica e di temi: il sistema mediatico ha visto un’accelerazione incredibile negli ultimi anni, ma ciò non significa che non si configuri come un’arena in cui tutti hanno diritto a vedere difesa o consolidata la propria reputazione.
Sto per finire il libro di Patricia Parsons – su Google libri: Ethics in Public Relations – e l’ho trovato molto utile per stimolarmi varie riflessioni che vorrei approfondire appena lo finisco. Sono tantissime le tesi con cui mi trovo in disaccordo, ma a maggior ragione il libro mi stimola a leggerlo, rileggerlo e rifletterlo.
Però adesso sono sul capitolo intitolato PR per una gang di bikers e ho un’impellente urgenza da soddisfare:
l’autrice sostiene che si possa far PR, in maniera etica e corretta, solamente per committenti e/o progetti di cui si condividono i valori e le idee. La Parsons contesta l’analogia tra relatore pubblico e avvocato: cioè il fatto che il PR possa farsi portavoce delle istanze di chiunque.
In una recente discussione con una collega, pure lei sosteneva il punto di vista della Parsons, declinato ad esempio in politica: se non condivido un’idea di un partito/politico, non posso gestire la sua comunicazione e le relazioni pubbliche ad esso connesse. Io sinceramente non sono d’accordo.
Credo che la nostra professione e chi ci si riconosce (seguendo i codici etici e un’attitudine condivisa dalle associazioni professionali) abbia un livello base di valori comuni che sono in gran parte quelli della società liberale-democratica contemporanea (tolleranza, rispetto per gli altri, democrazia, uguaglianza, ecc.). Che vanno rispettati a priori.
A partire da quel livello credo che il nostro intervento debba essere più tecnico che ideologico, altrimenti intravedo diversi rischi:
- che la professione venga esercitata in determinati contesti (partiti, gruppi sociali, non-profit) più per crediti ideologici che per merito e competenza, svilendone la funzione;
- che l’ideologia accechi e non permetta di svolgere il ruolo di mediatori che i relatori pubblici hanno;
- che venga così rimosso il concetto stesso di ascolto degli stakeholder per una mera funzione di comunicazione a una via: non siamo forse i rappresentanto degli stakeholder nell’organizzazione?
Tre punti (non per niente in contrasto con gli Stockholm Accords) che mi sembra bastino già a dimostrare come il relatore pubblico non debba essere ideologizzato… altrimenti si trasforma in mero propagandista.
Che ne dite?
Tra l’altro una delle obiezioni della Parsons è che non siamo come gli avvocati perché gli avvocati si basano su un sistema, quello giuridico, frutto di secoli di sviluppo. Nella differenza tra sistema mediatico (o dell’opinione pubblica o della reputazione pubblica) e sistema giuridico, sarà perché sono figlio di scienze-dell-acomunicazione e di altre deviazioni mcluhaniane, vedo una mera differenza tecnologica e di temi: il sistema mediatico ha visto un’accelerazione incredibile negli ultimi anni, ma ciò non significa che non si configuri come un’arena in cui tutti hanno diritto a vedere difesa o consolidata la propria reputazione.
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